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La persona malcontenta,
non troverà mai una sedia comoda !
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lunedì 30 giugno 2008
domenica 29 giugno 2008
Ritorno al passato.
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Tra le mie scartoffie ho trovato questo breve appunto.
Forse - a voi - risulterà insignificante, o forse no.
Lo saprò presto.
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Sono uscita con Trapy,la mia cagnolina, e mi sono inoltrata nel parco cercando di tenere a freno i pensieri che si accavallano e si spintonano per prevalere gli uni sugli altri costringendomi ad un percorso a ritroso.
Sono tornata così, ad un mattino di tanti anni fa quando lavoravo al Ministero delle Finanze che si era trasferito a Brescia – da Roma – scalzato via dalle truppe americane e inglesi che conquistavano palmo a palmo la nostra povera terra martoriata.
Era il 1943 e c’era la guerra, ma i miei sedici anni mi conferivano una naturale sicurezza non ostante i momenti difficili. Al Ministero ero stata assunta come dattilografa e all’ufficio copie eravamo in dieci, più o meno della stessa età.
Il rumore dei tasti di dieci macchine che contemporaneamente battevano i loro tasti era forse fastidioso, ma noi non ce ne accorgevamo.
Qualche risatina, qualche allusione su rapporti tra colleghi di altri uffici e la bella incoscienza dell’età erano un provvidenziale aiuto nell’affrontare quei giorni intrisi di dolore, di inevitabili disagi, di ristrettezze e – anche – di fame.
Dopo alcuni mesi, fui trasferita all’archivio. Io ero convinta che l’archivio fosse l’ultima tappa delle scartoffie ministeriali; invece scoprii che era anche il loro punto d’arrivo. Lì eravamo in quattro ed ognuna occupava un enorme tavolo.
Il nostro compito era quello di protocollare la posta in arrivo e dirottarla ai vari settori di competenza.
Il Ministero aveva sede in una bella scuola e di fronte, in una bella villetta a due piani (anch’essa requisita) avevano sede gli Uffici dei più alti Funzionari tra i quali il mio superiore diretto che mi riservava benevoli, paterni sentimenti.
Veleggiava verso l’età della pensione, aveva un modo di vestire accurato, capelli bianchi e folti e ammiccanti occhi azzurri. I baffetti rimasti inspiegabilmente biondicci e una dentatura gradevole, completavano l’insieme di questa figura snella e signorile. Vestiva sempre di grigio. Gli sorridevo spesso e lo rispettavo. Il nome di battesimo non l’ho mai saputo. Per me era “il dottor Rosani”.
C’era la guerra e quando suonava l’allarme tutti scappavamo per raggiungere una galleria sotto il Castello per trovarvi rifugio. In ognuna di quelle occasioni lui trovava sempre il modo di sussurrarmi : “non ritorni in ufficio al cessato allarme… vada pure a casa”. E io ne approfittavo.
In quello stesso periodo cominciai a trovare, sullla mia scrivania, un minuscolo pacchettino che conteneva tre gianduiotti. Superato lo stupore si faceva strada la gioia e – considerato che l’omaggio era anonimo – io mi sentivo esonerata dall’obbligo di ringraziare e li dividevo, sornionamente felice, con le mie colleghe.
Seppi in seguito che l’omaggio (straordinario per l’epoca) mi veniva in virtù di una cotterella che il Dott.Di Pace si era preso per me. Questo timido dottorino dai capelli rossi e i denti giallognoli era il nipote amatissimo del Dott. Rosani.
All’epoca io ricambiavo con affettuosi sentimenti il ragazzo che sarebbe poi diventato mio marito e il dr. Di Pace era al corrente di ciò ma il suo languido sguardo mi seguiva costantemente nella speranza di un qualsivoglia incoraggiamento.
Anche il dr. Rosani aveva incominciato a perorare la causa del nipote. “Lei è tanto giovane....il suo impegno non può considerarsi definitivo.... la invito a riflettere... ci pensi....anch’io le voglio già bene, mi prometta almeno che valuterà questa possibilità..” E altro ancora. Ma così anche i preziosi gianduiotti persero la loro funzione gratificante.
La storia non ebbe seguito anche perché,proprio nello stesso periodo, fui trasferita alla sezione del Ministero del Tesoro che aveva la sua sede in un’altra zona della città in un signorile, bellissimo e antico palazzo nobiliare con suggestivi affreschi e una struttura d’insieme di notevole fascino, ma ….. mi ritrovai, di nuovo, all’ufficio copie.
Anche qui una decina di ragazze, me compresa, battevano sui tasti per otto ore al giorno fatti salvi gli intervalli imposti dall’ululare delle sirene che ci sollecitavano a lasciare il lavoro per correre nei rifugi.
Erano tempi difficili e quegli anni di guerra portarono in ogni casa lutti e sofferenze di ogni genere. Ma io – se chiudo gli occhi – rivedo i volti di quelle ragazze e colgo, come allora, nei loro occhi l’insopprimibile vitalità che la giovinezza regala, assieme alla fiducia, anzi, alla sicurezza di un avvenire migliore.
Carla, Teresa, Emma, Elena e le altre si sono poi sparpagliate nella vita…e non le ho più riviste ma, per un po’, io rimasi legata a Clara .
Veniva da un paesino a pochi chilometri da Brescia e aveva una grande casa ( una specie di cascinotta) in mezzo alla campagna.
Ricordo un fresco portico che dava sul cortile acciottolato perché, oltre ad un lungo tavolo fiancheggiato da due lunghe panchine, c’era il forno nel quale la mamma di Clara cuoceva il pane bianco che in città non si vedeva da tempo e non mancava mai di offrirmene.
Nel rivivere quelle sensazioni di gioia risento il profumo – indimenticabile – di quel pane appena sfornato, profumo che mai nessuna torta o brioche potrà sostituire nel mio ricordo e nel mio cuore.
Clara era come quel buon pane fresco : sincera e buona e – in quel periodo – era innamorata. Mi faceva leggere i bigliettini che lui le scriveva pregandomi di aiutarla a esprimere al meglio quello che sentiva, cosa che io facevo volentieri conquistandomi una sproporzionata gratitudine.
A guerra finita ci scrivemmo per un po’ e poi senza un fruscio uscì dalla mia vita per ritornarvi ogni tanto nel ricordo sempre dolce e grato che ho di lei. Mi sono spesso ripromessa di rintracciarla ma non l’ho mai fatto, e adesso.....si è fatto tardi!
Tra i miei piedi, un batuffolo che abbaia mi riporta all’attualità, così lontana dai tempi che sono tornati, vividi, alla mente.
Il cielo è azzurro e il sole ridona calore, piacevolmente, anche ai ricordi. r.m.
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Tra le mie scartoffie ho trovato questo breve appunto.
Forse - a voi - risulterà insignificante, o forse no.
Lo saprò presto.
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Sono uscita con Trapy,la mia cagnolina, e mi sono inoltrata nel parco cercando di tenere a freno i pensieri che si accavallano e si spintonano per prevalere gli uni sugli altri costringendomi ad un percorso a ritroso.
Sono tornata così, ad un mattino di tanti anni fa quando lavoravo al Ministero delle Finanze che si era trasferito a Brescia – da Roma – scalzato via dalle truppe americane e inglesi che conquistavano palmo a palmo la nostra povera terra martoriata.
Era il 1943 e c’era la guerra, ma i miei sedici anni mi conferivano una naturale sicurezza non ostante i momenti difficili. Al Ministero ero stata assunta come dattilografa e all’ufficio copie eravamo in dieci, più o meno della stessa età.
Il rumore dei tasti di dieci macchine che contemporaneamente battevano i loro tasti era forse fastidioso, ma noi non ce ne accorgevamo.
Qualche risatina, qualche allusione su rapporti tra colleghi di altri uffici e la bella incoscienza dell’età erano un provvidenziale aiuto nell’affrontare quei giorni intrisi di dolore, di inevitabili disagi, di ristrettezze e – anche – di fame.
Dopo alcuni mesi, fui trasferita all’archivio. Io ero convinta che l’archivio fosse l’ultima tappa delle scartoffie ministeriali; invece scoprii che era anche il loro punto d’arrivo. Lì eravamo in quattro ed ognuna occupava un enorme tavolo.
Il nostro compito era quello di protocollare la posta in arrivo e dirottarla ai vari settori di competenza.
Il Ministero aveva sede in una bella scuola e di fronte, in una bella villetta a due piani (anch’essa requisita) avevano sede gli Uffici dei più alti Funzionari tra i quali il mio superiore diretto che mi riservava benevoli, paterni sentimenti.
Veleggiava verso l’età della pensione, aveva un modo di vestire accurato, capelli bianchi e folti e ammiccanti occhi azzurri. I baffetti rimasti inspiegabilmente biondicci e una dentatura gradevole, completavano l’insieme di questa figura snella e signorile. Vestiva sempre di grigio. Gli sorridevo spesso e lo rispettavo. Il nome di battesimo non l’ho mai saputo. Per me era “il dottor Rosani”.
C’era la guerra e quando suonava l’allarme tutti scappavamo per raggiungere una galleria sotto il Castello per trovarvi rifugio. In ognuna di quelle occasioni lui trovava sempre il modo di sussurrarmi : “non ritorni in ufficio al cessato allarme… vada pure a casa”. E io ne approfittavo.
In quello stesso periodo cominciai a trovare, sullla mia scrivania, un minuscolo pacchettino che conteneva tre gianduiotti. Superato lo stupore si faceva strada la gioia e – considerato che l’omaggio era anonimo – io mi sentivo esonerata dall’obbligo di ringraziare e li dividevo, sornionamente felice, con le mie colleghe.
Seppi in seguito che l’omaggio (straordinario per l’epoca) mi veniva in virtù di una cotterella che il Dott.Di Pace si era preso per me. Questo timido dottorino dai capelli rossi e i denti giallognoli era il nipote amatissimo del Dott. Rosani.
All’epoca io ricambiavo con affettuosi sentimenti il ragazzo che sarebbe poi diventato mio marito e il dr. Di Pace era al corrente di ciò ma il suo languido sguardo mi seguiva costantemente nella speranza di un qualsivoglia incoraggiamento.
Anche il dr. Rosani aveva incominciato a perorare la causa del nipote. “Lei è tanto giovane....il suo impegno non può considerarsi definitivo.... la invito a riflettere... ci pensi....anch’io le voglio già bene, mi prometta almeno che valuterà questa possibilità..” E altro ancora. Ma così anche i preziosi gianduiotti persero la loro funzione gratificante.
La storia non ebbe seguito anche perché,proprio nello stesso periodo, fui trasferita alla sezione del Ministero del Tesoro che aveva la sua sede in un’altra zona della città in un signorile, bellissimo e antico palazzo nobiliare con suggestivi affreschi e una struttura d’insieme di notevole fascino, ma ….. mi ritrovai, di nuovo, all’ufficio copie.
Anche qui una decina di ragazze, me compresa, battevano sui tasti per otto ore al giorno fatti salvi gli intervalli imposti dall’ululare delle sirene che ci sollecitavano a lasciare il lavoro per correre nei rifugi.
Erano tempi difficili e quegli anni di guerra portarono in ogni casa lutti e sofferenze di ogni genere. Ma io – se chiudo gli occhi – rivedo i volti di quelle ragazze e colgo, come allora, nei loro occhi l’insopprimibile vitalità che la giovinezza regala, assieme alla fiducia, anzi, alla sicurezza di un avvenire migliore.
Carla, Teresa, Emma, Elena e le altre si sono poi sparpagliate nella vita…e non le ho più riviste ma, per un po’, io rimasi legata a Clara .
Veniva da un paesino a pochi chilometri da Brescia e aveva una grande casa ( una specie di cascinotta) in mezzo alla campagna.
Ricordo un fresco portico che dava sul cortile acciottolato perché, oltre ad un lungo tavolo fiancheggiato da due lunghe panchine, c’era il forno nel quale la mamma di Clara cuoceva il pane bianco che in città non si vedeva da tempo e non mancava mai di offrirmene.
Nel rivivere quelle sensazioni di gioia risento il profumo – indimenticabile – di quel pane appena sfornato, profumo che mai nessuna torta o brioche potrà sostituire nel mio ricordo e nel mio cuore.
Clara era come quel buon pane fresco : sincera e buona e – in quel periodo – era innamorata. Mi faceva leggere i bigliettini che lui le scriveva pregandomi di aiutarla a esprimere al meglio quello che sentiva, cosa che io facevo volentieri conquistandomi una sproporzionata gratitudine.
A guerra finita ci scrivemmo per un po’ e poi senza un fruscio uscì dalla mia vita per ritornarvi ogni tanto nel ricordo sempre dolce e grato che ho di lei. Mi sono spesso ripromessa di rintracciarla ma non l’ho mai fatto, e adesso.....si è fatto tardi!
Tra i miei piedi, un batuffolo che abbaia mi riporta all’attualità, così lontana dai tempi che sono tornati, vividi, alla mente.
Il cielo è azzurro e il sole ridona calore, piacevolmente, anche ai ricordi. r.m.
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sabato 28 giugno 2008
Non aspettare !
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Non aspettare un sorriso,
per essere gentile.
Non aspettare di essere amato,
per offrire amore.
Non aspettare di restare solo,
per capire cosa vale un amico
Non aspettare l’impiego migliore,
per iniziare a lavorare.
Non aspettare di avere molto,
per cominciare a condividere.
Non aspettare la richiesta,
per porgere il tuo aiuto.
Non aspettare d'essere in rovina,
per chiedere consiglio.
Non aspettare l'arrivo del dolore,
per ricordarti della preghiera.
Non aspettare di avere tempo,
per cercare di renderti utile.
Non aspettare di procurar dolore,
per correre ai ripari e scusarti.
Non aspettare l’esasperazione,
per tentare la riconciliazione
Non aspettare, non rimandare.
Tu non sai...quanto tempo hai !
anonimo
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Non aspettare un sorriso,
per essere gentile.
Non aspettare di essere amato,
per offrire amore.
Non aspettare di restare solo,
per capire cosa vale un amico
Non aspettare l’impiego migliore,
per iniziare a lavorare.
Non aspettare di avere molto,
per cominciare a condividere.
Non aspettare la richiesta,
per porgere il tuo aiuto.
Non aspettare d'essere in rovina,
per chiedere consiglio.
Non aspettare l'arrivo del dolore,
per ricordarti della preghiera.
Non aspettare di avere tempo,
per cercare di renderti utile.
Non aspettare di procurar dolore,
per correre ai ripari e scusarti.
Non aspettare l’esasperazione,
per tentare la riconciliazione
Non aspettare, non rimandare.
Tu non sai...quanto tempo hai !
anonimo
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venerdì 27 giugno 2008
Pensiero del giorno - La gioia dello scrittore.
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Per lo scrittore la vera felicità consiste
nel riuscire a trasferire i sentimenti
al pensiero e il pensiero alle parole.
Thomas Mann scrittore 1875-1955 da La morte a Venezia
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Per lo scrittore la vera felicità consiste
nel riuscire a trasferire i sentimenti
al pensiero e il pensiero alle parole.
Thomas Mann scrittore 1875-1955 da La morte a Venezia
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giovedì 26 giugno 2008
Le news su “Gente sradicata e sola”
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L'argomento "immigrazione" ha trovato - com'era prevedibile - riscontri diversificati. A riprova di ciò trascrivo l'intervento di un lettore e la mia replica.
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Giornale di Brescia 18 agosto 2006
La lettera pubblicata dalla Signora Renata Mucci. Osservatrice attenta e sensibile di varie situazioni vissute da “gente sradicata e sola” quasi, quasi mi ha commosso.
Trattasi indubbiamente di una bella lettera analitica che potrebbe diventare un’autentica premessa poetica,se la gentile signora precisasse ai lettori, dove mai finiranno i capelli tagliati dall’improvvisato barbiere. In piedi (mai visto un barbiere nella sua attivitò in altra posizione).
Dove finiranno le ciocche di tutta la “clientela” in attesa sul muretto.
Forse, alle spalle dei “clienti” ci sarà un adeguato contenitore, oppure solo la stentata distesa di verde, oppure cemento o asfalto che si auto puliscono con le prime folate pre-temporalesche che disperderanno le chiome da qualche parte nel pubblico giardino?
Molte volte anch’io, dopo aver visitato qualche parco cittadino rientro nella mia casa, disgustato e...un po’ triste ! E.M. Brescia
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La mia risposta :
Ha ragione, signor E.M.! Motivi di tristezza sono continuamente sotto i nostri occhi.
Io – per esempio – mi indigno (più che rattristarmi) quando vedo eleganti professionisti che vuotano i loro stracolmi posacenere, versandone il contenuto sull’asfalto, magari mentre sono fermi al semaforo con la loro vettura, con la spavalderia del furbacchione..
La mia diversa reazione davanti a due comportamenti, entrambi poco rispettosi del pubblico suolo, é dovuta ad una considerazione che avrebbe dovuto risultare evidente anche a lei (così pronto a fare dell’ironia sul fatto che l’occasionale barbiere lavorasse in piedi!).
Le sembrerà strano – ma il mio sguardo è molto più benevolo verso chi non ha soluzioni alternative, rispetto a chi avrebbe dovuto far sua un’educazione di facile apprendimento.
L'argomento "immigrazione" ha trovato - com'era prevedibile - riscontri diversificati. A riprova di ciò trascrivo l'intervento di un lettore e la mia replica.
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Giornale di Brescia 18 agosto 2006
La lettera pubblicata dalla Signora Renata Mucci. Osservatrice attenta e sensibile di varie situazioni vissute da “gente sradicata e sola” quasi, quasi mi ha commosso.
Trattasi indubbiamente di una bella lettera analitica che potrebbe diventare un’autentica premessa poetica,se la gentile signora precisasse ai lettori, dove mai finiranno i capelli tagliati dall’improvvisato barbiere. In piedi (mai visto un barbiere nella sua attivitò in altra posizione).
Dove finiranno le ciocche di tutta la “clientela” in attesa sul muretto.
Forse, alle spalle dei “clienti” ci sarà un adeguato contenitore, oppure solo la stentata distesa di verde, oppure cemento o asfalto che si auto puliscono con le prime folate pre-temporalesche che disperderanno le chiome da qualche parte nel pubblico giardino?
Molte volte anch’io, dopo aver visitato qualche parco cittadino rientro nella mia casa, disgustato e...un po’ triste ! E.M. Brescia
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La mia risposta :
Ha ragione, signor E.M.! Motivi di tristezza sono continuamente sotto i nostri occhi.
Io – per esempio – mi indigno (più che rattristarmi) quando vedo eleganti professionisti che vuotano i loro stracolmi posacenere, versandone il contenuto sull’asfalto, magari mentre sono fermi al semaforo con la loro vettura, con la spavalderia del furbacchione..
La mia diversa reazione davanti a due comportamenti, entrambi poco rispettosi del pubblico suolo, é dovuta ad una considerazione che avrebbe dovuto risultare evidente anche a lei (così pronto a fare dell’ironia sul fatto che l’occasionale barbiere lavorasse in piedi!).
Le sembrerà strano – ma il mio sguardo è molto più benevolo verso chi non ha soluzioni alternative, rispetto a chi avrebbe dovuto far sua un’educazione di facile apprendimento.
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mercoledì 25 giugno 2008
L'arma più subdola : l'indifferenza.
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Il peggior peccato verso i nostri simili, non è l'odio,
ma l'indifferenza. Quella è l'essenza della disumanità!
( B. Shaw)
Il peggior peccato verso i nostri simili, non è l'odio,
ma l'indifferenza. Quella è l'essenza della disumanità!
( B. Shaw)
Immigrazione. Scontro tra diverse culture.
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Alla lettrice che a mezzo e mail ha voluto precisare che la mia riflessione riferita a "Gente sradicata e sola" è collocabile nell’area del buonismo, ho risposto che mi gratifica il fatto di essere in buona compagnia. Questa, infatti, é l’ottica che ha ispirato Giuseppe Giusti quando – nell’ode “Sant’Ambrogio”- riferendosi ai tedeschi (che, all’epoca, avevano invaso la nostra Patria, con bellicosi intenti) li collocava tra “povera gente, lontana dai suoi, in un Paese qui che gli vuol male” costringendosi a raddrizzare il tiro della sua viscerale avversione.
Sarebbe troppo semplice poter distinguere il bene e il male con il tramite del colore della pelle o dell’appartenenza geografica, ma non é così ed é doveroso ricordare che anche noi (in quanto emigranti) abbiamo esportato genialità, tenacia e abnegazione assieme a tanta innegabile criminalità. E attualmente, pur vivendo nell’opulento occidente, non siamo esenti da deprecabili inquinamenti. Quanti nostri giovani eleganti, ben allevati e altrettanto bene istruiti deviano spavaldamente dalla via dei comportamenti corretti?
E quanti invece, tra i nostri ragazzi, meritano un grato riconoscimento perché praticano quotidianamente l’altruismo e operano nella normalità con dignitoso impegno? Pertanto non generalizzare è doveroso sempre. Quella che avevo inteso illustrare nel mio precedente intervento, altro non é che l’altra faccia di un difficile problema (ormai irreversibile) che forse poteva essere arginato quando si é affacciato nella sua fase embrionale, ma che adesso deve essere affrontato con proficuo e intelligente impegno.
E’ anche doveroso ricordare che Hina, la ventenne pakistana assassinata dal padre, attesta l’insopprimibile desiderio di integrazione delle nuove generazioni che vivono in prima persona il tormentato scontro tra le diverse culture. Auguriamoci che il suo sacrificio ci sproni ad aiutare davvero i giovani, di qualsiasi estrazione, a transitare in modo meno tribolato verso un futuro più equilibrato. r.m.
Alla lettrice che a mezzo e mail ha voluto precisare che la mia riflessione riferita a "Gente sradicata e sola" è collocabile nell’area del buonismo, ho risposto che mi gratifica il fatto di essere in buona compagnia. Questa, infatti, é l’ottica che ha ispirato Giuseppe Giusti quando – nell’ode “Sant’Ambrogio”- riferendosi ai tedeschi (che, all’epoca, avevano invaso la nostra Patria, con bellicosi intenti) li collocava tra “povera gente, lontana dai suoi, in un Paese qui che gli vuol male” costringendosi a raddrizzare il tiro della sua viscerale avversione.
Sarebbe troppo semplice poter distinguere il bene e il male con il tramite del colore della pelle o dell’appartenenza geografica, ma non é così ed é doveroso ricordare che anche noi (in quanto emigranti) abbiamo esportato genialità, tenacia e abnegazione assieme a tanta innegabile criminalità. E attualmente, pur vivendo nell’opulento occidente, non siamo esenti da deprecabili inquinamenti. Quanti nostri giovani eleganti, ben allevati e altrettanto bene istruiti deviano spavaldamente dalla via dei comportamenti corretti?
E quanti invece, tra i nostri ragazzi, meritano un grato riconoscimento perché praticano quotidianamente l’altruismo e operano nella normalità con dignitoso impegno? Pertanto non generalizzare è doveroso sempre. Quella che avevo inteso illustrare nel mio precedente intervento, altro non é che l’altra faccia di un difficile problema (ormai irreversibile) che forse poteva essere arginato quando si é affacciato nella sua fase embrionale, ma che adesso deve essere affrontato con proficuo e intelligente impegno.
E’ anche doveroso ricordare che Hina, la ventenne pakistana assassinata dal padre, attesta l’insopprimibile desiderio di integrazione delle nuove generazioni che vivono in prima persona il tormentato scontro tra le diverse culture. Auguriamoci che il suo sacrificio ci sproni ad aiutare davvero i giovani, di qualsiasi estrazione, a transitare in modo meno tribolato verso un futuro più equilibrato. r.m.
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lunedì 23 giugno 2008
Gente sradicata e sola
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In uno di questi pomeriggi decisamente estivi, mentre passeggio in un bel parco cittadino,osservando persone e cose, mi sento anch’io parte di un virtuale affresco. Vorrei saper dipingere, per fissare sulla tela vialetti, colori e sensazioni.
Tenterò di dipingere con le parole !
All’ombra di un pino marittimo occupano una panchina due donne sui trent’anni. Capelli e occhi chiari, indossano entrambe tailleurs decorosamente demodé, scarpe scollate e lucidissime. Tra loro un foglio di carta (tipo il singolo delle pizzerie) sul quale è appoggiata una piccola torta quadrata, due bicchieri di carta e due bibite in lattina.
Una di loro porge all’altra – lentamente, una alla volta – alcune fotografie commentando in una lingua che mi pare slava. Sorridono con le labbra, ma i loro occhi sono umidi e lucidi.
Ad un tratto, una bimba di tre/quattro anni, con tante treccioline scure, occhi nerissimi e vivaci arriva correndo e si blocca davanti alla torta ancora intatta.
Sosta fissando il dolce posato sulla panchina, ma perentoriamente una voce d’uomo la chiama “Amin!”. La bimba si gira repentinamente, lo raggiunge e affida la sua manina scura in quella nera di lui e assieme si allontanano, seguiti dallo sguardo sorridente delle due donne.
Poco distante alcune persone di colore conversano ad alta voce in una lingua incomprensibile, intervallando con gioiose risate complici – apparentemente – serene.
In uno spazio verde - adiacente - alcuni ragazzi, vestiti di tela chiara, con pantaloni coperti dalla lunga camicia che ricade morbidamente fino oltre il ginocchio, giocano con un pallone.
I loro capelli, nerissimi, luccicano sotto il sole. Hanno la pelle bruna e denti bianchissimi, si muovono velocemente, agili e snelli. Sorridono spesso, scambiandosi alcune frasi in una lingua che ha scatti velocissimi, senza pause.
In un altro spazio a lato delle verdi aiuole, un barbiere improvvisato, in piedi dietro la spalliera di una sedia sgangherata – occupata da un giovane sui vent’anni -taglia, con disinvolta sicurezza, i capelli al giovane mentre, seduti in fila su di un muretto laterale sette o otto altri uomini attendono, parlottando con tranquillità, il loro turno.
Sotto il tepido sole continuo la mia passeggiata e osservo questa gente, sradicata dalla terra d’origine, smembrata negli affetti, che cerca di inserirsi in um mondo diverso, sconosciuto che li osserva con stupore e innegabile, latente ostilità.
Sono tra noi, ma non sono con noi e avverto – quasi palpabile – il loro isolamento. Lo percepisco in quel loro raggrupparsi nell’intento di affrontare più agevolmente il disagio, la diffidenza, la discriminazione.
Sono presa intensamente da sensazioni che mettono in risalto i privilegi che la mia vita, mi ha riservato. So che la mia confortevole casa mi aspetta, che l’apporto degli affetti è costante, e che chiedere di più - o anche soltanto non prenderne atto - è quasi immorale.
Però, la sensazione dell’assenza di merito per i benefici e per i vantaggi aleggia nel mio intimo, alimentando pensieri più partecipi per quelle esistense tribolate che gravitano intorno a noi.
Mi sento più consapevole e – improvvisamente – più triste. r.m.
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In uno di questi pomeriggi decisamente estivi, mentre passeggio in un bel parco cittadino,osservando persone e cose, mi sento anch’io parte di un virtuale affresco. Vorrei saper dipingere, per fissare sulla tela vialetti, colori e sensazioni.
Tenterò di dipingere con le parole !
All’ombra di un pino marittimo occupano una panchina due donne sui trent’anni. Capelli e occhi chiari, indossano entrambe tailleurs decorosamente demodé, scarpe scollate e lucidissime. Tra loro un foglio di carta (tipo il singolo delle pizzerie) sul quale è appoggiata una piccola torta quadrata, due bicchieri di carta e due bibite in lattina.
Una di loro porge all’altra – lentamente, una alla volta – alcune fotografie commentando in una lingua che mi pare slava. Sorridono con le labbra, ma i loro occhi sono umidi e lucidi.
Ad un tratto, una bimba di tre/quattro anni, con tante treccioline scure, occhi nerissimi e vivaci arriva correndo e si blocca davanti alla torta ancora intatta.
Sosta fissando il dolce posato sulla panchina, ma perentoriamente una voce d’uomo la chiama “Amin!”. La bimba si gira repentinamente, lo raggiunge e affida la sua manina scura in quella nera di lui e assieme si allontanano, seguiti dallo sguardo sorridente delle due donne.
Poco distante alcune persone di colore conversano ad alta voce in una lingua incomprensibile, intervallando con gioiose risate complici – apparentemente – serene.
In uno spazio verde - adiacente - alcuni ragazzi, vestiti di tela chiara, con pantaloni coperti dalla lunga camicia che ricade morbidamente fino oltre il ginocchio, giocano con un pallone.
I loro capelli, nerissimi, luccicano sotto il sole. Hanno la pelle bruna e denti bianchissimi, si muovono velocemente, agili e snelli. Sorridono spesso, scambiandosi alcune frasi in una lingua che ha scatti velocissimi, senza pause.
In un altro spazio a lato delle verdi aiuole, un barbiere improvvisato, in piedi dietro la spalliera di una sedia sgangherata – occupata da un giovane sui vent’anni -taglia, con disinvolta sicurezza, i capelli al giovane mentre, seduti in fila su di un muretto laterale sette o otto altri uomini attendono, parlottando con tranquillità, il loro turno.
Sotto il tepido sole continuo la mia passeggiata e osservo questa gente, sradicata dalla terra d’origine, smembrata negli affetti, che cerca di inserirsi in um mondo diverso, sconosciuto che li osserva con stupore e innegabile, latente ostilità.
Sono tra noi, ma non sono con noi e avverto – quasi palpabile – il loro isolamento. Lo percepisco in quel loro raggrupparsi nell’intento di affrontare più agevolmente il disagio, la diffidenza, la discriminazione.
Sono presa intensamente da sensazioni che mettono in risalto i privilegi che la mia vita, mi ha riservato. So che la mia confortevole casa mi aspetta, che l’apporto degli affetti è costante, e che chiedere di più - o anche soltanto non prenderne atto - è quasi immorale.
Però, la sensazione dell’assenza di merito per i benefici e per i vantaggi aleggia nel mio intimo, alimentando pensieri più partecipi per quelle esistense tribolate che gravitano intorno a noi.
Mi sento più consapevole e – improvvisamente – più triste. r.m.
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