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Prenez le temps de jouer,
c’est le secret de l’eternelle jeunesse.
Prenez le temps de lire,
c’est la source du savoir.
Prenez le temps d’aimer et d’etre aimé,
c’est un grace de Dieu.
Prenez le temps de vous faire des amis,
c’est la voie du bonheur.
Prenez le temps de rire,
c’est la musique de l’ame.
Prenez le temps de penser,
c’est la source de l’action.
Prenez le temps de donner,
la vie est trop courte pour etre égoiste.
Prenez le temps de travailler,
c’est le prix du succès.
Prenez le temps de prier,
c’est une force sur la terre.
di autore anonimo
Prendetevi il tempo per giocare – è il segreto dell’eterna giovinezza
" " tempo per leggere – è la sorgente del sapere
" " tempo per amare e per essere amati –è una grazia di Dio
" " tempo per farvi degli amici – è la via per la felicità
" " tempo per ridere – è la musica dell’anima
" " tempo per pensare – è l’origine dell’azione
" " tempo per donare – la vita è troppo corta per essere egoisti
" " tempo per lavorare– è il prezzo del successo
" " tempo per pregare – è una forza sulla terra.
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martedì 8 luglio 2008
domenica 6 luglio 2008
Pensierino della sera.
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"Amare è :
stare svegli tutta la notte,
accanto ad un bimbo ammalato
o, anche,
ad un adulto...molto in salute ! (David Frost)
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"Amare è :
stare svegli tutta la notte,
accanto ad un bimbo ammalato
o, anche,
ad un adulto...molto in salute ! (David Frost)
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sabato 5 luglio 2008
Da "Vaniglia e cioccolato"
Nel febbraio 2006 ho partecipato ad un concorso che si concluse con la pubblicazione di tutti i 400 elaborati. Si trattava di prendere, inalterate, le prime dieci righe di un romanzo a scelta e svolgere un tema conseguente con le caratteristiche di un racconto breve. Indetto “dalle donne del vino” nello svolgimento era d’obbligo parlare della bevanda di Bacco. Ve lo propongo per una lettura che spero si riveli piacevole:
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Da Vaniglia e cioccolato di Sveva Casati Modignani
Caro Andrea, disgrazia della mia vita, ho minacciato tante volta di andarmene e non l’ ho mai fatto. Adesso, me ne vado. Sai quanto sia lenta ma tenace nelle mie decisioni.
In diciott’ anni di matrimonio ho misurato il tuo egoismo, la tua capacità di mentire, le tue paure, il tuo infantilismo. Non voglio sapere come riuscirai a cavartela senza di me, visto che da solo non sei in grado neppure di aprire una lattina di birra.
*******************
Penelope posò la penna, allontanò il foglio e scostò la sedia dalla scrivania. Estese il busto cercando di aderire con la schiena alla spalliera della poltrona e chiuse gli occhi. Sperava così di trovare le parole adatte a trasferire dal cuore al foglio l’intensità della sua sofferenza, ben sapendo che verbalizzare efficacemente l’angoscia sarebbe stato impossibile.
Cominciò con l’ammettere che Andrea aveva adottato l’irritante comportamento passivo che lei frequentemente gli rimproverava, facilitato in parte da lei che - cullandosi , ingenuamente, nella certezza che l’uomo che amava non si sarebbe mai infilato nel ruolo riduttivo del bambinone viziato - l’aveva accudito con la stessa amorevole sollecitudine che aveva in seguito riservato ai figli.
Questa la sua colpa, il suo peccato decisamente veniale, dettato dall’amore, ma Andrea ne aveva abbondantemente approfittato, assestandosi comodamente nel ruolo del sultano, lasciando affiorare imprevedibili, palesi indizi di superficialità e di egoismo.
Lentamente ma inesorabilmente l’amarezza, il dolore e infine la ribellione si erano di conseguenza instaurati nell’animo di Penelope ponendola disarmata di fronte alla deludente realtà dell’universo maschile. Sapeva che la fuga dall’approfondimento contrassegna spesso il comportamento dell’uomo che, ad ogni accenno di bufera si eclissa con un comodo “Passerà!”... ma sapeva anche, ormai, che Andrea non faceva eccezione.
Si era adagiato nelle sue rassicuranti certezze, sottovalutando il problema. Cento, mille volte aveva cercato di porlo davanti alla deludente realtà che connotava ormai costantemente il loro rapporto, ma lui rifiutava caparbiamente di vedere l’amarezza che si era instaurata ormai stabilmente il lei.
Rammentò che, anche durante l’ultima breve trasferta in montagna c’era stato l’ennesimo violento litigio contrassegnato da parole esasperate e graffianti, ma subito dopo Andrea con la consueta superficialità, si era inopportunamente apprestato a sturare una bottiglia con l’intento di ripristinare un’atmosfera almeno superficialmente serena.
Vini di qualità prodotti e invecchiati nella prestigiosa cantina di famiglia (nella quale lei stessa aveva profuso amorevole, entusiastico, proficuo impegno) avevano spesso siglato importanti eventi scanditi nel percorso familiare, ma consentirne l’uso in quella circostanza...le sarebbe sembrata una profanazione.
In quella sera lontana lei, avvilita e amareggiata, gli aveva tolto dalle mani quella stessa bottiglia e l’aveva riposta imponendo con fermezza :”Adesso basta. Torniamo a casa”. La decisione preludeva drastiche conclusioni, ma lui sulla sua nuvoletta personale, sembrò non accorgersene.
Penelope riaprì gli occhi e rilesse le poche righe appena tracciate. Con parole che la dilaniavano cercò di mettere la parola fine ad un rapporto ormai irrecuperabile, ben sapendo che non è facile soffocare l’amore. Non si estingue perché gli si contrappongono valide ragioni per farlo, non é così arrendevole!
Scorgeva davanti a sé un percorso difficile e doloroso ma, non intravedendo alternative, si sentiva ormai risoluta.
Niente lasciava quindi presagire che la totalità del contesto avrebbe potuto invece rimodellarsi proprio con il tramite dell’insperata presa di coscienza di Andrea e del tenacemente radicato amore di entrambi.
Quasi sempre, davanti ad esplicite ribellioni, l’uomo é preda di reazioni improntate allo stupore: “Non credevo che il tuo disagio fosse così profondo....!” oppure “ Pensavo tu fossi nervosa con i ragazzi...! e altre amenità. Fortunatamente, in Andrea – che incredulo e sbigottito si trovò tra le mani la lettera di Penelope – prevalse invece lo sgomento.
Gli sembrò di scoprire proprio in quel momento la profondità dell’amore che nutriva per la sua Pepe e all’idea di perderla si sentì smarrito e vulnerabile. Ebbe immediata la percezione delle difficoltà che avrebbe dovuto affrontare ma, per recuperare l’amore di sua moglie, si sentiva pronto a impegnarsi traendo forza dalle sue stesse inequivocabili emozioni.
Il percorso fu ovviamente lungo, tribolato e sofferto, ma tra altalenanti dubbi e speranze, si concluse poi felicemente sfociando nell’imprevedibile alba nuova, che trovò Penelope supina nel lettone matrimoniale mentre assaporava la tenera percezione del calore del corpo di lui che, permeando le coltri, confluiva verso le sue membra.
Aleggiavano su di lei le sensazioni della sera prima quando erano giunti nel gelido appartamento in montagna, intabarrati e increduli per la gioia del ritrovarsi. Mentre attendevano che il riscaldamento prontamente avviato desse qualche risultato, avevano acceso il grande camino del soggiorno, poi in piedi senza parlare si erano stretti in un intenso, lungo abbraccio.
Ripensò al brivido di freddo e di forte emozione che la scosse e rivide lui che - senza parlare - la sospingeva verso il divano, dove la fece sedere e le pose il caldo plaid sulle ginocchia. La baciò lievemente e si diresse verso l’alta credenza, l’aprì e tornò trionfante verso di lei con la bottiglia tra le mani. “Ti ricordi?” mormorò.
Certo che ricordava ! Ma questa volta sorrise a se stessa, a lui e all’amore che aveva compiuto il miracolo riportandoli - più consapevoli e innamorati – proprio lì dove il colloquio si era interrotto. Lo rivide con gli occhi dell’anima mentre toglieva con calma il tappo alla bottiglia e versava nei tondi bicchieri a stelo, il liquido rosso come il rubino che siglava simbolicamente il loro consapevole ritrovarsi.
Mentre tutto riaffiorava nitido in lei colorando di tenui, adescanti colori il suo risveglio, protese la mano e cercò sotto le coltri quella di lui che l’accolse con subitanea, trepida tenerezza. r.m.
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Da Vaniglia e cioccolato di Sveva Casati Modignani
Caro Andrea, disgrazia della mia vita, ho minacciato tante volta di andarmene e non l’ ho mai fatto. Adesso, me ne vado. Sai quanto sia lenta ma tenace nelle mie decisioni.
In diciott’ anni di matrimonio ho misurato il tuo egoismo, la tua capacità di mentire, le tue paure, il tuo infantilismo. Non voglio sapere come riuscirai a cavartela senza di me, visto che da solo non sei in grado neppure di aprire una lattina di birra.
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Penelope posò la penna, allontanò il foglio e scostò la sedia dalla scrivania. Estese il busto cercando di aderire con la schiena alla spalliera della poltrona e chiuse gli occhi. Sperava così di trovare le parole adatte a trasferire dal cuore al foglio l’intensità della sua sofferenza, ben sapendo che verbalizzare efficacemente l’angoscia sarebbe stato impossibile.
Cominciò con l’ammettere che Andrea aveva adottato l’irritante comportamento passivo che lei frequentemente gli rimproverava, facilitato in parte da lei che - cullandosi , ingenuamente, nella certezza che l’uomo che amava non si sarebbe mai infilato nel ruolo riduttivo del bambinone viziato - l’aveva accudito con la stessa amorevole sollecitudine che aveva in seguito riservato ai figli.
Questa la sua colpa, il suo peccato decisamente veniale, dettato dall’amore, ma Andrea ne aveva abbondantemente approfittato, assestandosi comodamente nel ruolo del sultano, lasciando affiorare imprevedibili, palesi indizi di superficialità e di egoismo.
Lentamente ma inesorabilmente l’amarezza, il dolore e infine la ribellione si erano di conseguenza instaurati nell’animo di Penelope ponendola disarmata di fronte alla deludente realtà dell’universo maschile. Sapeva che la fuga dall’approfondimento contrassegna spesso il comportamento dell’uomo che, ad ogni accenno di bufera si eclissa con un comodo “Passerà!”... ma sapeva anche, ormai, che Andrea non faceva eccezione.
Si era adagiato nelle sue rassicuranti certezze, sottovalutando il problema. Cento, mille volte aveva cercato di porlo davanti alla deludente realtà che connotava ormai costantemente il loro rapporto, ma lui rifiutava caparbiamente di vedere l’amarezza che si era instaurata ormai stabilmente il lei.
Rammentò che, anche durante l’ultima breve trasferta in montagna c’era stato l’ennesimo violento litigio contrassegnato da parole esasperate e graffianti, ma subito dopo Andrea con la consueta superficialità, si era inopportunamente apprestato a sturare una bottiglia con l’intento di ripristinare un’atmosfera almeno superficialmente serena.
Vini di qualità prodotti e invecchiati nella prestigiosa cantina di famiglia (nella quale lei stessa aveva profuso amorevole, entusiastico, proficuo impegno) avevano spesso siglato importanti eventi scanditi nel percorso familiare, ma consentirne l’uso in quella circostanza...le sarebbe sembrata una profanazione.
In quella sera lontana lei, avvilita e amareggiata, gli aveva tolto dalle mani quella stessa bottiglia e l’aveva riposta imponendo con fermezza :”Adesso basta. Torniamo a casa”. La decisione preludeva drastiche conclusioni, ma lui sulla sua nuvoletta personale, sembrò non accorgersene.
Penelope riaprì gli occhi e rilesse le poche righe appena tracciate. Con parole che la dilaniavano cercò di mettere la parola fine ad un rapporto ormai irrecuperabile, ben sapendo che non è facile soffocare l’amore. Non si estingue perché gli si contrappongono valide ragioni per farlo, non é così arrendevole!
Scorgeva davanti a sé un percorso difficile e doloroso ma, non intravedendo alternative, si sentiva ormai risoluta.
Niente lasciava quindi presagire che la totalità del contesto avrebbe potuto invece rimodellarsi proprio con il tramite dell’insperata presa di coscienza di Andrea e del tenacemente radicato amore di entrambi.
Quasi sempre, davanti ad esplicite ribellioni, l’uomo é preda di reazioni improntate allo stupore: “Non credevo che il tuo disagio fosse così profondo....!” oppure “ Pensavo tu fossi nervosa con i ragazzi...! e altre amenità. Fortunatamente, in Andrea – che incredulo e sbigottito si trovò tra le mani la lettera di Penelope – prevalse invece lo sgomento.
Gli sembrò di scoprire proprio in quel momento la profondità dell’amore che nutriva per la sua Pepe e all’idea di perderla si sentì smarrito e vulnerabile. Ebbe immediata la percezione delle difficoltà che avrebbe dovuto affrontare ma, per recuperare l’amore di sua moglie, si sentiva pronto a impegnarsi traendo forza dalle sue stesse inequivocabili emozioni.
Il percorso fu ovviamente lungo, tribolato e sofferto, ma tra altalenanti dubbi e speranze, si concluse poi felicemente sfociando nell’imprevedibile alba nuova, che trovò Penelope supina nel lettone matrimoniale mentre assaporava la tenera percezione del calore del corpo di lui che, permeando le coltri, confluiva verso le sue membra.
Aleggiavano su di lei le sensazioni della sera prima quando erano giunti nel gelido appartamento in montagna, intabarrati e increduli per la gioia del ritrovarsi. Mentre attendevano che il riscaldamento prontamente avviato desse qualche risultato, avevano acceso il grande camino del soggiorno, poi in piedi senza parlare si erano stretti in un intenso, lungo abbraccio.
Ripensò al brivido di freddo e di forte emozione che la scosse e rivide lui che - senza parlare - la sospingeva verso il divano, dove la fece sedere e le pose il caldo plaid sulle ginocchia. La baciò lievemente e si diresse verso l’alta credenza, l’aprì e tornò trionfante verso di lei con la bottiglia tra le mani. “Ti ricordi?” mormorò.
Certo che ricordava ! Ma questa volta sorrise a se stessa, a lui e all’amore che aveva compiuto il miracolo riportandoli - più consapevoli e innamorati – proprio lì dove il colloquio si era interrotto. Lo rivide con gli occhi dell’anima mentre toglieva con calma il tappo alla bottiglia e versava nei tondi bicchieri a stelo, il liquido rosso come il rubino che siglava simbolicamente il loro consapevole ritrovarsi.
Mentre tutto riaffiorava nitido in lei colorando di tenui, adescanti colori il suo risveglio, protese la mano e cercò sotto le coltri quella di lui che l’accolse con subitanea, trepida tenerezza. r.m.
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venerdì 4 luglio 2008
Pensiero del giorno.
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"Ciò che è stato scritto senza passione, verrà letto senza piacere." (Samuel Johnson)
"Ciò che è stato scritto senza passione, verrà letto senza piacere." (Samuel Johnson)
giovedì 3 luglio 2008
S A I D .
Per alleviare il calore estivo....vi offro una fresca risata !
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Said é un domestico nero, onesto, tutto fare, al servizio di un signorotto che gli ha concesso la sua totale fiducia. Dopo un trasferta all’estero il padrone telefona al fedele domestico per sapere se ci sono novità :
“Allora Said, come va ?”
“TUTTO MALE PADRONE ! ”
“Come, tutto male? Cos’é successo ?”
“ROTTO MANICO VANGA !”
“Ma sei matto, Said ! Mi fai quasi prendere un colpo....e poi mi dici “rotto manico vanga” Che inutile spavento. Ma dimmi come mai usavi la vanga ?”
“SOTTERRAVO CANE !”
Cosa ? ! ? Il mio cane!Lo amavo come un figlio! Cosa gli è successo?
“CADUTO IN PISCINA. Morto sul colpo.”
“ Ma insomma Said, non é possibile! Un terranova! Un cane bagnino, non può annegare!”
“SI PADRONE, MA NIENTE ACQUA IN PISCINA. LUI BATTUTO TESTA. MORTO.
“ Niente acqua in piscina ? Come mai?”
“ ADOPERATA POMPIERI PER SPEGNERE INCENDIO CASA”
“ Pompieri? Ma é bruciata la mia casa? Spiegami Said!”
“IN CAMERA ARDENTE SUA MAMMA, CADUTA CANDELA, BRUCIATO TENDONE,PRESO FUOCO TUTTO.”
“Mia mamma é morta?! Aveva 70 anni, l'ho lasciata in perfetta forma. Cos’é successo?”
“SUA MAMMA NON DORMIRE. UNA SERA ANDATA IN CAMERA DI SUA MOGLIE. TROVATA A LETTO CON GIOVANOTTO. INFARTO. MORTA.”
“ Said, ma ti rendi conto? Sto lontano quattro giorni, muore il mio cane. Si brucia la casa, muore mia madre, mia moglie mi tradisce...ma non c’é proprio niente di positivo ?
“SI CAPO ! TU PRIMA DI PARTIRE FATTO TEST PER AIDS!?!? ECCO....QUELLO POSITIVO !”
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Said é un domestico nero, onesto, tutto fare, al servizio di un signorotto che gli ha concesso la sua totale fiducia. Dopo un trasferta all’estero il padrone telefona al fedele domestico per sapere se ci sono novità :
“Allora Said, come va ?”
“TUTTO MALE PADRONE ! ”
“Come, tutto male? Cos’é successo ?”
“ROTTO MANICO VANGA !”
“Ma sei matto, Said ! Mi fai quasi prendere un colpo....e poi mi dici “rotto manico vanga” Che inutile spavento. Ma dimmi come mai usavi la vanga ?”
“SOTTERRAVO CANE !”
Cosa ? ! ? Il mio cane!Lo amavo come un figlio! Cosa gli è successo?
“CADUTO IN PISCINA. Morto sul colpo.”
“ Ma insomma Said, non é possibile! Un terranova! Un cane bagnino, non può annegare!”
“SI PADRONE, MA NIENTE ACQUA IN PISCINA. LUI BATTUTO TESTA. MORTO.
“ Niente acqua in piscina ? Come mai?”
“ ADOPERATA POMPIERI PER SPEGNERE INCENDIO CASA”
“ Pompieri? Ma é bruciata la mia casa? Spiegami Said!”
“IN CAMERA ARDENTE SUA MAMMA, CADUTA CANDELA, BRUCIATO TENDONE,PRESO FUOCO TUTTO.”
“Mia mamma é morta?! Aveva 70 anni, l'ho lasciata in perfetta forma. Cos’é successo?”
“SUA MAMMA NON DORMIRE. UNA SERA ANDATA IN CAMERA DI SUA MOGLIE. TROVATA A LETTO CON GIOVANOTTO. INFARTO. MORTA.”
“ Said, ma ti rendi conto? Sto lontano quattro giorni, muore il mio cane. Si brucia la casa, muore mia madre, mia moglie mi tradisce...ma non c’é proprio niente di positivo ?
“SI CAPO ! TU PRIMA DI PARTIRE FATTO TEST PER AIDS!?!? ECCO....QUELLO POSITIVO !”
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mercoledì 2 luglio 2008
Italo Calvino
Scricciolo, un'amica blogger ha commentato "Il bacio" riportando queste splendide parole.
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"Se infelice è l'innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore,
mille volte più infelice è chi questo sapore gustò appena e poi.....
gli fu negato." (Italo Calvino)
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"Se infelice è l'innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore,
mille volte più infelice è chi questo sapore gustò appena e poi.....
gli fu negato." (Italo Calvino)
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Cos' è un bacio ?
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Ma poi che cos'è un bacio?
Un giuramento fatto un poco più da presso,
un più preciso patto,
una confessione che sigillar si vuole,
un apostrofo roseo messo tra le parole t’amo ;
un segreto detto sulla bocca,
un istante d’infinito che ha il fruscio di un’ape tra le piante,
una comunione che ha gusto di fiore,
un mezzo di potersi respirare un po’ il cuore
e assaporarsi l’anima ...a fior di labbra !
Edmond Rostand da Le Cirano de Bergerac
Ma poi che cos'è un bacio?
Un giuramento fatto un poco più da presso,
un più preciso patto,
una confessione che sigillar si vuole,
un apostrofo roseo messo tra le parole t’amo ;
un segreto detto sulla bocca,
un istante d’infinito che ha il fruscio di un’ape tra le piante,
una comunione che ha gusto di fiore,
un mezzo di potersi respirare un po’ il cuore
e assaporarsi l’anima ...a fior di labbra !
Edmond Rostand da Le Cirano de Bergerac
martedì 1 luglio 2008
Voci dal passato e vecchi mestieri
Pubblicato dal Giornale di Brescia il 15 luglio 2008
a titolo di "Contributo dei lettori"
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All'ombra di un albero o in spiaggia, sotto l'ombrellone o nella quiete della vostra casa vi propongo la lettura di un breve racconto. Se vi annoio ditelo! Con garbo, ma...ditelo. Muchas gracias.Vi ho informato che sto sperimentando el lindo castellano ?
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La giovane donna camminava affrettatamente sul marciapiede gettando sguardi distratti verso le vetrine, quando un profumo invitante le carezzò le narici e inconsciamente sorrise. Lo stuzzicante effluvio annunciava che la sua meta era ormai prossima.
Si fermò ammirando la vetrina della bella forneria del centro dalla quale proveniva insinuante il profumo del pane, caldo e fragrante esposto, nelle forme più varie e - in grandi ceste - croissants, krapfen, biscotti caserecci, che invitavano a indulgere a veniali peccati di gola.
Entrò e la sorridente commessa le chiese: “Il solito?” “Si…ma vorrei anche una fetta di questo pane con i fichi, e anche di quello con l’uva”.
I due grossi pani, bene in vista sul grande bancone vennero presi, e mentre la commessa tagliava da ognuno una bella fetta, un chicco di uva sultanina si staccò da uno dei pani rimanendo in bilico sul bordo del bancone; la ragazza lo prese al volo e se lo mise in bocca guardando con aria complice la cliente e allargò le braccia come per dire “Non avevo scelta!”.
Il pacco fu ritirato, pagato e la giovane uscì dal negozio. Guardò i rari passanti e a conclusione di un suo pensiero che classificava inelegante mangiucchiare per strada… fece spallucce e tolse dal pacco la fetta di pane, quella con l’uvetta, e camminando la gustò soddisfatta, a piccoli morsi.
Fatti pochi passi il profumo di caffè che usciva da un bar l’allettò con insistenza, ma decise che – per quel giorno – era già stata molto indulgente con se stessa e continuò la sua passeggiata .
Il suo passo agile la condusse nella via centrale dove si fermò ad osservare il tram che passava sferragliando sulle rotaie che si snodavano al centro della strada.
A breve distanza, un calessino attirò la sua attenzione perché il rubicondo conducente faticava un po’, tirando energicamente le briglie, a tenere a freno il cavallo.
La giovane si sentiva inspiegabilmente felice e assaporava l’atmosfera della bella giornata di sole cercando di cogliere, di ogni cosa, l’aspetto migliore sentendosi privilegiata per il solo fatto di appartenere a quella atmosfera che le sembrava stranamente irreale.
Il portone di una grande, bella casa era aperto e nel vasto cortile un materassaio era intento al suo lavoro : le mani abili ponevano sul ripiano di legno la lana arruffata e compatta mentre il piede muoveva ritmicamente un’asse chiodata, lievemente ricurva, posta a poca distanza dal piano di lavoro e restituiva la stessa lana divenuta soffice e più bianca che ricadeva in un capiente cesto.
Camminando si sorprese ad ascoltare divertita la voce di uno “strillone” che, per stimolare i pochi passanti ad acquistare i giornali , annunciava fortune e catastrofi con tonalità accattivanti e interruzioni argute: “Donna trovata nuda nel letto …del fiume!” stava urlando in quel momento cercando di sovrastare la voce sonora di uno straccivendolo che invitava le massaie a cedergli, ovviamente per pochi spiccioli, ciò che poteva essere divenuto inservibile.
Una donna si affacciò alla finestra di un piano rialzato facendogli cenno di avvicinarsi; parlottarono a lungo, accalorandosi nella laboriosa contrattazione giungendo ad un accordo che consentì lo scambio di poche povere cose (un ombrello rotto, scarpe inservibili, vecchi giornali e altro) in cambio di poche monete.
La passeggiata continuò tranquillamente mentre sulla strada alcuni passanti in bicicletta pedalavano verso le loro mete. Passo dopo passo giunse nei pressi della periferia cittadina e fu attratta dal parlottare di alcune donne che lavavano i panni ad un lavatoio ben attrezzato che consentiva la perfetta sciacquatura nella capiente vasca.
La faticosa operazione faceva parte del quotidiano e non la stupì. Si reputò però, riflettendo, molto fortunata perché disponeva della possibilità di lavare in casa la sua biancheria, nella vasca nel piano terra della sua piccola, confortevole abitazione alla quale giunse, quasi senza avvedersene.
In una stretta viuzza infatti, la giovane si fermò davanti ad un portoncino e, infilata la chiave nella toppa aprì : un breve atrio e una scala, non proprio agevole, la portò al piano superiore dove era la cucina fornita dell’essenziale: tavolo, quattro sedie, una credenza di proporzioni modeste, un’unica finestra con le tendine, a metà, candide.
Sul tavolo un vaso piccolo con un geranio rosso in piena, trionfante fioritura. La stanza era silenziosa e fresca; la giovane tolse il pane dal sacchetto e mise con cura amorevole in un piattino la fetta di quello con i fichi e lo portò nella moscaiola appesa vicino alla credenza pregustando il piacere di porgerlo a lui quando sarebbe rientrato stanco dal lavoro.
La loro vita era semplice e le conquiste verso il benessere, graduali e sofferte, ma erano entrambi sereni e appagati: erano sani … e si amavano. Lui aveva un lavoro sicuro e potevano carezzare l’idea di avere, in un futuro non lontano, un figlio.
Sorridendo entrò nella camera accanto e si sdraiò sul lettone matrimoniale, senza spogliarsi. Si addormentò sentendosi sproporzionatamente felice.
Si svegliò poco dopo improvvisamente colpita da un rumore assordante: un aereo solcava il cielo, automobili, motorini sulla strada le trasmettevano fastidiose sensazioni.
Si alzò, confusa e si guardò attorno : la sua camera era diversa, elegante, estranea! Nel recarsi in cucina avvertì chiaramente che l’agilità l’aveva abbandonata e prese atto di essere in un’altra realtà: un divano bianco, due poltrone dall’aspetto confortevole, un televisore e mentre il traffico incessante le ronzava nelle orecchie, turbata raggiunse la cucina e guardò la lavastoviglie, il microonde, un altro piccolo televisore.
Fugate le perplessità comprese: aveva sognato! Non le serviva uno specchio per capire che le avrebbe rimandato l’immagine di una donna con i capelli d’argento, molte rughe e tanti sogni intatti.
Quante conquiste! Il prezzo? Ripensò al recente sogno e avvertì, pungente, dolcissima e ineludibile...... la nostalgia dei suoi verdi anni! r.m.
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a titolo di "Contributo dei lettori"
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All'ombra di un albero o in spiaggia, sotto l'ombrellone o nella quiete della vostra casa vi propongo la lettura di un breve racconto. Se vi annoio ditelo! Con garbo, ma...ditelo. Muchas gracias.Vi ho informato che sto sperimentando el lindo castellano ?
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La giovane donna camminava affrettatamente sul marciapiede gettando sguardi distratti verso le vetrine, quando un profumo invitante le carezzò le narici e inconsciamente sorrise. Lo stuzzicante effluvio annunciava che la sua meta era ormai prossima.
Si fermò ammirando la vetrina della bella forneria del centro dalla quale proveniva insinuante il profumo del pane, caldo e fragrante esposto, nelle forme più varie e - in grandi ceste - croissants, krapfen, biscotti caserecci, che invitavano a indulgere a veniali peccati di gola.
Entrò e la sorridente commessa le chiese: “Il solito?” “Si…ma vorrei anche una fetta di questo pane con i fichi, e anche di quello con l’uva”.
I due grossi pani, bene in vista sul grande bancone vennero presi, e mentre la commessa tagliava da ognuno una bella fetta, un chicco di uva sultanina si staccò da uno dei pani rimanendo in bilico sul bordo del bancone; la ragazza lo prese al volo e se lo mise in bocca guardando con aria complice la cliente e allargò le braccia come per dire “Non avevo scelta!”.
Il pacco fu ritirato, pagato e la giovane uscì dal negozio. Guardò i rari passanti e a conclusione di un suo pensiero che classificava inelegante mangiucchiare per strada… fece spallucce e tolse dal pacco la fetta di pane, quella con l’uvetta, e camminando la gustò soddisfatta, a piccoli morsi.
Fatti pochi passi il profumo di caffè che usciva da un bar l’allettò con insistenza, ma decise che – per quel giorno – era già stata molto indulgente con se stessa e continuò la sua passeggiata .
Il suo passo agile la condusse nella via centrale dove si fermò ad osservare il tram che passava sferragliando sulle rotaie che si snodavano al centro della strada.
A breve distanza, un calessino attirò la sua attenzione perché il rubicondo conducente faticava un po’, tirando energicamente le briglie, a tenere a freno il cavallo.
La giovane si sentiva inspiegabilmente felice e assaporava l’atmosfera della bella giornata di sole cercando di cogliere, di ogni cosa, l’aspetto migliore sentendosi privilegiata per il solo fatto di appartenere a quella atmosfera che le sembrava stranamente irreale.
Il portone di una grande, bella casa era aperto e nel vasto cortile un materassaio era intento al suo lavoro : le mani abili ponevano sul ripiano di legno la lana arruffata e compatta mentre il piede muoveva ritmicamente un’asse chiodata, lievemente ricurva, posta a poca distanza dal piano di lavoro e restituiva la stessa lana divenuta soffice e più bianca che ricadeva in un capiente cesto.
Camminando si sorprese ad ascoltare divertita la voce di uno “strillone” che, per stimolare i pochi passanti ad acquistare i giornali , annunciava fortune e catastrofi con tonalità accattivanti e interruzioni argute: “Donna trovata nuda nel letto …del fiume!” stava urlando in quel momento cercando di sovrastare la voce sonora di uno straccivendolo che invitava le massaie a cedergli, ovviamente per pochi spiccioli, ciò che poteva essere divenuto inservibile.
Una donna si affacciò alla finestra di un piano rialzato facendogli cenno di avvicinarsi; parlottarono a lungo, accalorandosi nella laboriosa contrattazione giungendo ad un accordo che consentì lo scambio di poche povere cose (un ombrello rotto, scarpe inservibili, vecchi giornali e altro) in cambio di poche monete.
La passeggiata continuò tranquillamente mentre sulla strada alcuni passanti in bicicletta pedalavano verso le loro mete. Passo dopo passo giunse nei pressi della periferia cittadina e fu attratta dal parlottare di alcune donne che lavavano i panni ad un lavatoio ben attrezzato che consentiva la perfetta sciacquatura nella capiente vasca.
La faticosa operazione faceva parte del quotidiano e non la stupì. Si reputò però, riflettendo, molto fortunata perché disponeva della possibilità di lavare in casa la sua biancheria, nella vasca nel piano terra della sua piccola, confortevole abitazione alla quale giunse, quasi senza avvedersene.
In una stretta viuzza infatti, la giovane si fermò davanti ad un portoncino e, infilata la chiave nella toppa aprì : un breve atrio e una scala, non proprio agevole, la portò al piano superiore dove era la cucina fornita dell’essenziale: tavolo, quattro sedie, una credenza di proporzioni modeste, un’unica finestra con le tendine, a metà, candide.
Sul tavolo un vaso piccolo con un geranio rosso in piena, trionfante fioritura. La stanza era silenziosa e fresca; la giovane tolse il pane dal sacchetto e mise con cura amorevole in un piattino la fetta di quello con i fichi e lo portò nella moscaiola appesa vicino alla credenza pregustando il piacere di porgerlo a lui quando sarebbe rientrato stanco dal lavoro.
La loro vita era semplice e le conquiste verso il benessere, graduali e sofferte, ma erano entrambi sereni e appagati: erano sani … e si amavano. Lui aveva un lavoro sicuro e potevano carezzare l’idea di avere, in un futuro non lontano, un figlio.
Sorridendo entrò nella camera accanto e si sdraiò sul lettone matrimoniale, senza spogliarsi. Si addormentò sentendosi sproporzionatamente felice.
Si svegliò poco dopo improvvisamente colpita da un rumore assordante: un aereo solcava il cielo, automobili, motorini sulla strada le trasmettevano fastidiose sensazioni.
Si alzò, confusa e si guardò attorno : la sua camera era diversa, elegante, estranea! Nel recarsi in cucina avvertì chiaramente che l’agilità l’aveva abbandonata e prese atto di essere in un’altra realtà: un divano bianco, due poltrone dall’aspetto confortevole, un televisore e mentre il traffico incessante le ronzava nelle orecchie, turbata raggiunse la cucina e guardò la lavastoviglie, il microonde, un altro piccolo televisore.
Fugate le perplessità comprese: aveva sognato! Non le serviva uno specchio per capire che le avrebbe rimandato l’immagine di una donna con i capelli d’argento, molte rughe e tanti sogni intatti.
Quante conquiste! Il prezzo? Ripensò al recente sogno e avvertì, pungente, dolcissima e ineludibile...... la nostalgia dei suoi verdi anni! r.m.
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